Audio Tour di Torino: Ponti, Conoscenza e Misteri tra Storia e Modernità
Le strade di Torino nascondono segreti più antichi della nebbia che spesso le avvolge. Tra la maestosità della Porta Palatina e l'austera grazia della Chiesa di San Gioacchino si cela una storia di rivolte dimenticate e simboli nascosti, in attesa solo di chi osa vederli davvero. Parti per un tour audio autoguidato attraverso i quartieri storici e i vicoli meno noti di Aurora. Scopri storie e dettagli che sfuggono agli occhi dei turisti frettolosi. Cosa accadde la notte in cui la porta di Porta Palatina fu sigillata in fretta? Quale figura misteriosa vagava per le navate della chiesa durante una veglia ormai leggendaria? Perché uomini armati di chiavi si incontravano ogni giovedì in una certa piazza del quartiere Aurora? Da un monumento all'altro, ogni passo scuote la polvere del tempo e accende la meraviglia. Lascia che la Torino segreta si sveli davanti ai tuoi occhi. Premi play e inizia l'avventura.
Anteprima del tour
Informazioni su questo tour
- scheduleDurata 90–110 minsVai al tuo ritmo
- straighten4.0 km di percorso a piediSegui il percorso guidato
- location_on
- wifi_offFunziona offlineScarica una volta, usa ovunque
- all_inclusiveAccesso a vitaRiascolta quando vuoi, per sempre
- location_onParte da Campus Luigi Einaudi
Tappe di questo tour
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Davanti a te si apre una curiosa struttura che sembra quasi una nuvola bianca ondeggiante sospesa sopra moderni edifici con grandi vetrate: per individuarla guarda verso il grande tetto che spicca tra il verde e la Dora! Siamo al Campus Luigi Einaudi, dove Torino si diverte a fare la sua parte futurista! Questo posto, una volta era dominio di fabbriche fumose: l’Italgas dettava legge qui, e nel quartiere Vanchiglietta si lavorava duro. Poi, un bel giorno, proprio qui arriva il vento della trasformazione e la firma di Norman Foster, un architetto che, a quanto pare, non aveva mai il compasso diritto - perché di linee dritte nemmeno l’ombra! Così nel 2012 nasce questo campus che la CNN ha messo tra i dieci edifici universitari più belli del mondo: mica pizza e fichi! Immagina di partecipare a una rivoluzione urbanistica dove passato, presente e futuro si danno il cinque. La struttura è un vero labirinto di vetro: sette edifici tutti affacciati su una piazza circolare, collegati da passerelle che invitano studenti e professori a scambiarsi idee, battute o semplici sorrisi (e, ogni tanto, qualche caffè salvavita alla caffetteria). E non dimenticare il tetto, chiaro come panna montata, che sembra sfiorare il cielo e riflette la luce da ogni lato, rendendo il campus visibile anche ai torinesi più distratti. Qui le finestre sono così grandi che quasi ti sembra di studiare immerso nella natura. È un campus che respira con la città: si apre verso il fiume Dora, guarda dritto il verde delle colline e riesce addirittura a strizzare l’occhio alla Mole Antonelliana e alla Basilica di Superga. Al suo interno, tra aule, sale studio e laboratori, trovi anche un auditorium inclinato, parcheggi interrati e, soprattutto, la celebre Biblioteca Norberto Bobbio con i suoi 650.000 volumi: una montagna di sapere! Il Campus Luigi Einaudi è dedicato alle scienze giuridiche, politiche ed economico-sociali, ed è pensato per il risparmio energetico. Se ti sembra quasi troppo bello per essere vero, pensa che pochi anni fa qui si sentiva solo il fischio delle fabbriche. Adesso, invece, si sente il mormorio curioso di una città che cambia.
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Per riconoscere subito la Biblioteca Norberto Bobbio, basta cercare davanti a te un ingresso moderno con ampie vetrate e una vistosa scritta arancione che riflette sulla porta: è difficile confondersi! Allora, benvenuto davanti alla Biblioteca Norberto Bobbio, la regina delle biblioteche torinesi! Questa non è una semplice biblioteca: è la più grande del Piemonte e per trovarla, l’Università di Torino ha persino trasformato una vecchia zona industriale sul fiume Dora in quello che oggi è l’avveniristico Campus Luigi Einaudi, firmato dagli architetti famosi di Norman Foster + Partners. Immagina di essere qui qualche decennio fa: invece di studenti e libri, vedevi gli operai con le mani sporche di Italgas che correvano avanti e indietro tra i vapori e le fabbriche. Adesso invece regna la pace degli studiosi, con materiali ecologici e tanto legno che profuma ancora di nuovo, secondo gli standard più severi per proteggere le foreste... la natura ringrazia! Entrando, ti troveresti in un “regno” di oltre 10.000 metri quadrati e tre piani, pieno zeppo di libri e misteri accademici, suddiviso in cinque sezioni, ciascuna dedicata a una leggenda del sapere torinese. Ma non parliamo di semplici scaffali, qui ci sono vere storie di passione e... un pizzico di pazzia da topo di biblioteca! Partiamo dalla sezione dedicata a Salvatore Cognetti de Martiis, vero mago dell’economia. Con la sua collezione, la biblioteca Cognetti de Martiis era già la più ricca d’Italia per le scienze sociali! Investigazioni, monografie, montagne di statistiche: insomma, tutto quello che un sociologo potrebbe sognare. Poi alzi la testa e sbuchi nella sezione Federico Patetta. Attento: qui, tra libri antichi, mappe militari e perfino periodici satirici d’altri tempi, potresti perderti e ritrovarti in compagnia di illustri giuristi e professori storici, come Francesco Ruffini, che ha lasciato un segno forte anche nella sua sezione! Ruffini non era solo un accademico, era anche un ribelle: uno dei pochi professori universitari italiani ad aver detto “no!” al giuramento di fedeltà al fascismo nel 1931. E il bello è che la sua biblioteca ti aspetta con pile di libri di diritto che crescono come funghi ogni anno. E vogliamo parlare di Gioele Solari? Professore di filosofia del diritto, nella sua sezione puoi trovare di tutto: sociologia, antropologia culturale, studi carcerari e di genere... Ed è tutto nei corpi C2 e C3: sembra quasi una formula magica da alchimista! Ma la sezione più giovane - nonché la più europea! - è quella di Gianni Merlini, dove ci sono libri provenienti da collaborazioni con istituti di ricerca come il Centro Studi sul Federalismo e l’Istituto Universitario di Studi Europei. Una raccolta perfetta per chi vuole scoprire come l’Europa si sia costruita passo dopo passo, libro dopo libro, magari chiedendosi se i politici odierni usino almeno mezzo di quei volumoni come fermaporta! E non può mancare il tesoro dei tesori: il Settore Antichi e Rari. Qui il silenzio è quasi religioso - oserei dire che persino i topi di biblioteca entrano in punta di piedi - perché si conservano esemplari unici, donazioni rare e volumi che profumano di passato. C’è chi dice che, a notte fonda, tra queste pagine antiche si sentano ancora i bisbigli degli studiosi del tempo… ma forse era solo il bibliotecario che russava! Insomma, questa biblioteca non è solo un luogo di studio, ma una vera e propria macchina del tempo, dove puoi esplorare la storia, la cultura, le rivoluzioni del sapere e, se vuoi, anche i misteri di Torino. Sei pronto a perderti tra le sue sale? Ma non troppo eh, che il prossimo stop ci aspetta!
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Davanti a te vedi una facciata barocca bianca con maestose colonne e due statue che sembrano pronte a darti il benvenuto proprio sopra l’ingresso principale, accanto ai rami degli alberi che disegnano strane ombre sulla parete. Questa chiesa ha una storia che sembra quasi una telenovela torinese! Immagina: è il 1885 e la vecchia basilica della Confraternita del Santissimo Nome di Gesù viene letteralmente rasa al suolo per lasciare spazio a una nuova via: Via Pietro Micca, fresca di progetto e con idee rivoluzionarie, ma nessuna pietà per le antiche mura. Così la confraternita si trova senza casa, ma - colpo di scena - nel quartiere Vanchiglietta nasce questa nuova chiesa, come una fenice che risorge tra Corso Regina Margherita e un quartiere che allora doveva essere ancora tutto da scoprire. La svolta arriva nel 1903, quando la confraternita, alle prese con portafogli vuoti e qualche preoccupazione di troppo, cede la proprietà alla Curia. Da lì in poi la chiesa cambia “destino”: non è più solo un rifugio per pochi, ma diventa parrocchia, cuore vivo della comunità. Attenzione: nel 1926 si aggiunge il campanile, progettato da Paolo Napione - qualcuno dice che con la sua punta fa concorrenza agli alberi vicini! Ma la chiesa non smette di crescere: nel 1951 si trasforma ancora, passando da una sola navata a tre, grazie a pilastri e archi che sembrano una coreografia di danza barocca. Dentro, una navata centrale con volta a botte e splendidi affreschi restaurati: un piccolo museo d’arte custodito tra le mura. Le statue degli angeli scolpite da Giacomo Buzzi Reschini ti fanno compagnia vicino all’altare maggiore; le colonne all’esterno sorreggono invece i santi Processo e Martiniano, in memoria degli antichi tempi. E oggi? La chiesa ospita le Suore Missionarie di Maria Aiuto dei Cristiani e le Carmelitane di Santa Teresa. Quindi ricorda: anche se entri solo per curiosare o per cercare un po’ di pace, qui c’è sempre qualcuno pronto ad accoglierti… a braccia (e ali) aperte!
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Davanti a te ci sono due alti edifici gemelli, con facciate di mattoni rossi e intonaco grigio, dalle forme squadrate e pinnacoli in cima: basta guardare verso l’incrocio…Leggi di piùMostra meno
Davanti a te ci sono due alti edifici gemelli, con facciate di mattoni rossi e intonaco grigio, dalle forme squadrate e pinnacoli in cima: basta guardare verso l’incrocio affollato e ti sembrerà di vedere due gigantesche “zuccheriere” che presidiano la piazza! Adesso, fermati un momento: sei nel cuore del Rondò Rivella, dove la città sembra sempre avere il sorriso un po’ sornione. Queste due torri, nate nel lontano 1929, portano la firma dell’architetto Eugenio Vittorio Ballatore di Rosana, uno che a Torino era già una leggenda, specie tra chi amava lo stile Liberty e le grandi imprese architettoniche. Ma qui Ballatore diede un colpo di scena: volle reinterpretare l’ingresso monumentale delle grandi vie urbane dell’Ottocento, come via Roma o corso Gabetti, ma con una marcia in più, tutta déco e modernissima per il tempo! E sai perché si chiamano Torri Rivella? Il merito va a Francesco Rivella, imprenditore geniale della pellicceria, che qui trasferì il suo celebre atelier. Immagina la scena: tra auto d’epoca, dame eleganti e fruscii di visoni, arrivavano a frotte clienti da tutto il mondo. Francesco non era solo un commerciante, ma un vero pioniere della pubblicità: tingeva le pellicce di castoro secondo le mode più audaci e faceva impazzire giornali e riviste con i suoi annunci ovunque - altro che influencer! Curioso anche pensare che le torri, pur sembrando identiche, sono molto diverse tra loro nei dettagli déco, nella forma dei pinnacoli e nell’aria che trasmettono. Passeggiando qui, puoi sentire una specie di gara di eleganza architettonica tra loro, persino mentre osservano la Mole e la cupola del Duomo da lontano, come due guardiani in frac pronti per un gran ballo. E diciamolo… chi non ha mai desiderato vivere almeno un giorno in una zuccheriera così chic?
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Davanti a te vedi un grande edificio in ferro e vetro decorato, al cui centro svetta un orologio circolare, con tante bancarelle colorate che si affollano proprio sotto la struttura: guarda bene, non puoi sbagliarti, sei nel cuore pulsante di Porta Palazzo! Benvenutə nella leggenda vivente di Torino, il regno delle bancarelle e delle voci: qui, sotto la maestosa tettoia dell’orologio, sei proprio dove ogni giorno si mescolano sapori, storie e dialetti diversi, in un mercato che sembra un teatro all’aperto! Ma facciamo un salto indietro nel tempo: la zona di Porta Palazzo, oggi uno dei simboli più riconoscibili del quartiere Aurora, era anticamente l'ingresso nord di Torino romana, con la portentosa Porta Principalis Dextera - oggi rimangono solo ruderi, ma a quei tempi qui si passava per entrare nel cuore di Julia Augusta Taurinorum, ventotto anni dopo Cristo... Hai mai sentito parlare di una porta che fa il passaparola per duemila anni? Beh, questa ci sta provando! Oggi però il vero spettacolo è la piazza ottagonale su cui ti trovi, la più estesa della città: 51.300 metri quadrati di pura vitalità, conosciuta come piazza della Repubblica ma amata da tutti col nome di Porta Palazzo. Fu il duca Vittorio Amedeo II, una specie di influencer dei cantieri settecenteschi, a chiamare il geniale Filippo Juvarra affinché la trasformasse in quel crocevia di strade, portici e sogni che possiamo ammirare ancora oggi. Immagina quel tempo: i viali appena nati, le mura che cadevano e la voglia di modernità che si respirava dappertutto. Nel Novecento la tettoia dell’orologio divenne il simbolo di questa piazza: una struttura metallica del 1916, capace di resistere a guerre, bombardamenti e - non scherzo - anche alle "bugie" dei venditori! Eh sì, fuori da questa tettoia, il cosiddetto mercà dij busiard, ovvero il mercato dei bugiardi, dove si trovavano prodotti di ogni tipo e qualità, a prezzi che facevano ridere pure le galline. Ma occhio: il mercato non è tutto qui, anzi! Sei nel centro del più grande mercato all’aperto d’Europa, un mosaico di culture, dove ogni giorno risuonano accenti di tutto il mondo - africani, asiatici, italiani del sud e chi più ne ha più ne metta - che vendono di tutto, dalla verdura fresca all’abbigliamento, dalle pentole alle rose. Curiosità: nel 2011 qui è nato il Palafuksas, moderno centro commerciale in vetro e metallo, mentre scavando nelle fondamenta sono state ritrovate antiche ghiacciaie sotterranee, reliquie di quando il ghiaccio si faceva grazie all'acqua della Dora Riparia. Che differenza rispetto ai freezer di oggi, eh? Più fatica, ma anche molta più avventura! Ma Porta Palazzo è anche storie di miseria e speranza. Negli anni Sessanta diventò sentinella dell’immigrazione italiana: si veniva qui la domenica a cercare lavoro come manovali, e condividevano lo spazio i sogni e il rumore degli autobus pieni, mentre accanto sorgevano associazioni solidali come il SERMIG e chiese aperte a chi aveva bisogno. Con il tempo, sono arrivati altri migranti da tutto il mondo, trasformando questa zona in un vero crogiolo di culture, colori e profumi. E parlando di profumi… impossibile non citare il mercato del pesce, quello di carne, la storica Galleria Umberto I, nobilitata da vetro e ferro, che collega la piazza con la Basilica Mauriziana. E se sei fortunato, magari sentirai qualche anziano cantare una delle tante canzoni piemontesi nate qui - o magari finirai per canticchiare una strofa di Gipo Farassino, il celebre Gioanin 'd Pòrta Pila! Insomma, questa piazza è come una gigantesca macchina del tempo: ogni giorno si fa storia, si mangia, si parla e si sogna tra le sue bancarelle. Hai già scelto cosa assaggiare? Magari un po’ di seirass, come cantavano una volta? Dai, ti aspetto per la prossima tappa! Desideroso di cogliere ulteriori approfondimenti sul toponimo, la piazza o il mercato? Immergiti nella sezione chat qui sotto e chiedi via.
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Davanti a te si erge una grande chiesa di pietra chiara, con una facciata imponente a linee orizzontali e un rosone centrale, mentre il suo alto campanile spunta con orgoglio verso il cielo: guarda dritto, vedrai cinque grandi arcate e, appena superi il vialetto, le maestose porte d’ingresso. Bene, ora chiudi per un attimo gli occhi e lasciati trasportare indietro nel tempo… Immagina Torino di fine Ottocento: il rumore delle carrozze su corso Giulio Cesare, il vociare allegro del mercato di Porta Palazzo e, proprio di fronte a te, una spianata dove sta per sorgere un edificio che diventerà una parte fondamentale del quartiere. Correva il 1876, e il parroco Giovanni Cairola, uomo ostinato e un po' visionario, voleva dare al suo popolo un nuovo luogo di preghiera. Si rivolse all’ingegnere Carlo Ceppi - sì, quello che progettava chiese come se fossero castelli! - e nacque così l’idea di questa monumentale chiesa di San Gioacchino, dedicata… rullo di tamburi… anche in onore del papa dell’epoca! Sì, Leone XIII, all'anagrafe Gioacchino Pecci - nemmeno a farlo apposta! Quando, dopo anni di lavori, nel 1882 le porte si aprirono per la prima volta, Torino si fermò un attimo. L’edificio era enorme per gli standard dell’epoca: 57 metri di lunghezza, 26 di larghezza, con un campanile da ben 45 metri - meglio di molti palazzi! Si dice che il suono delle otto campane, fuse nel 1884, facesse tremare persino le tazze da caffè dei bar qui attorno. La scelta dello stile? Un mix da intenditori: Ceppi unì antico e moderno, prendendo ispirazione dal romanico abruzzese e dal primo Rinascimento, forse perché scegliere uno solo era troppo facile! La pietra per la facciata venne da Sarnico, robusta e luminosa, mentre un bellissimo rosone centrale, decorato con ferro battuto, ancora oggi cattura la luce del sole come fosse una calamita per i sogni. Ma non finisce qui! La storia della chiesa è piena di colpi di scena. Nel dicembre 1942 e poi nel luglio 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti la danneggiarono gravemente. Il soffitto semidistrutto, colonne abbattute, il grande crocifisso strappato dal suo posto… Ma i torinesi non si arresero: tra il 1946 e il 1959 ricostruirono ogni pietra, ogni cornice, come fosse una gigantesca partita di Tetris con Dio che osservava dall’alto. Persino il cornicione fu rifatto in cemento armato, che a Torino va forte quanto il bicerin! All’interno, lo spazio si apre in tre navate, sorrette da diciotto colonne in marmo rosso di Verona. Il soffitto, diviso in ben novanta cassettoni, era originariamente in legno di larice d’America, ma dopo la guerra fu rifatto, mantenendo però le sue decorazioni originali a stucco. Se guardi l’abside, troverai undici nicchie: qui, oltre a San Gioacchino, fanno compagnia santi di ogni genere, inclusi San Giovanni Bosco e il Cottolengo - che nelle statue sono beatificati, ma ai tempi nemmeno erano santi, uno spoiler decisamente avanti per quegli anni! E se ami i particolari nascosti, vai vicino alla porta: sulla sinistra si vede una colonna spezzata, lasciata proprio così per ricordare il 1943, mentre sulla destra c’è un busto del mitico parroco Cairola. Ah, e sotto i tuoi piedi, nascosto dal pavimento rialzato, un mosaico antico recita venite adoremus: un invito che resiste ai secoli. Da non perdere anche i grandi affreschi alle pareti, opera di artisti famosi dell’epoca, e le due cappelle laterali dedicate al Cuore di Gesù e al Cuor di Maria, ornate con marmi preziosi, tempietti e quadri. E a sinistra c’è persino la cappella della Madonna Addolorata, col suo altare neogotico che pare uscito da una favola nordica. Non posso non citare l’organo realizzato nel 1964 dalla ditta Mascioni, potente a sufficienza da far vibrare anche il campanile nei giorni di festa! E pensa che qui sotto c’è di tutto: oratorio, sale, una casa per studenti e persino un campo da calcetto, perché a Torino lo sport non manca mai. Davanti a questa chiesa, ascolta il suono della città e lascia che la sua storia ti parli: tra guerre, miracoli, santi e qualche risata, San Gioacchino resta il cuore battente di un quartiere dove la fede e la vita si mescolano ogni giorno. E ora… pronto per la prossima tappa? Per una comprensione più completa dell'origine, della struttura costruttiva e architettonica o della descrizione, interagisci con me nella sezione chat qui sotto.
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Davanti a te puoi riconoscere Aurora dal suo ampio parco verde incorniciato da moderni palazzi residenziali sulla destra e dalla vista delle Alpi in lontananza; per orientarti, guarda verso la grande distesa erbosa con giovani alberi e vialetti, proprio ai piedi dei palazzi bianchi. Ti trovi nel cuore di uno dei quartieri più autentici, vivaci e chiacchierati di Torino: Aurora, o come lo chiamano i torinesi, “el Borgh dël'Aurora”. Senti il fruscio delle foglie? È il suono di un quartiere che cambia, si trasforma, ma non smette mai di raccontare. Aurora non è solo un luogo geografico ma un mosaico di storie: un quartiere che scorre lungo la Dora Riparia, abbracciando cinque nuclei diversi e persino due anime in perenne dialogo - tra tradizione e innovazione, tra vecchie fabbriche e nuova movida. C’è Borgo Dora, il più antico, dove ancora oggi il Balon, il mercato delle pulci, attira curiosi e collezionisti tra vicoli stretti e botteghe; qui la Piccola Casa della Divina Provvidenza, detta Cottolengo, da quasi due secoli accoglie chi ha più bisogno. A ovest, invece, Valdocco risuona di campane e risate grazie al Santuario di Maria Ausiliatrice e agli oratori di don Bosco: insomma, se vuoi cercare dove si è inventato lo “stare insieme”, qui hai pane per i tuoi denti! E Porta Palazzo? Scordati il silenzio! È il mercato all’aperto più grande d’Europa: un caleidoscopio di lingue, profumi di spezie e frutta esotica, braccia che si agitano... Addirittura, la nuova struttura PalaFuksas porta un tocco d’arte contemporanea in quest’angolo turbolento e colorato. Non ti perdi niente nemmeno passeggiando nella Borgata Aurora: un tempo cuore pulsante dell’industria torinese, tra canali, opifici e fabbriche tessili, di cui ora restano vivaci gallerie d’arte urbana e spazi riconvertiti. Persino “Casa Aurora”, moderna e sbarazzina, sorge dove una volta c’era una cascina, poi diventata fabbrica e infine polo di uffici e palestra. E pensa: il nome Aurora deriva proprio da quella cascina ottocentesca! Il quartiere ha vissuto di tutto: dal medioevo dei mulini idraulici trainati dalla Dora, agli opifici del Settecento, alle seterie pionieristiche sabaude, ai giorni in cui veniva chiamato il “quartiere operaio” d’Italia. Nell’800 qui schiere di lavoratori si riversavano nelle fabbriche e la calle viveva del ritmo delle sirene e dei tram. Aurora però non si è mai arresa al grigio della fabbrica. Negli anni ‘80, quando molte industrie sono scomparse, è nata un’altra storia, quella dell’Arsenale della Pace: ex fabbrica di armi diventata - con la pazienza certosina di tanti volontari - rifugio per chi cerca speranza, pane e magari anche solo un sorriso e un angolo di pace a tutte le ore. La sentita, la spinta? È la magia del SERMIG. Aurora si divide, oggi, tra una zona orientale che accelera verso il futuro, ricca di progetti universitari, la Nuvola Lavazza che attira centinaia di menti e la rinascita di vecchie strutture industriali in musei, uffici e bistrot; e quella occidentale, dove convivono accenti di mille lingue, profumi d’Africa e d’Asia, e la bellezza difficile dell’incontro e della fatica quotidiana. Ti stupirà sapere che chi vive e lavora qui è testimone di continui esperimenti di riqualificazione, nuovi giardini, sportelli sociali, scuole per piccoli e grandi, e la famosa Biblioteca Italo Calvino che aspetta solo lettori curiosi. E se incroci un vecchio torinese, chiedigli di quando da queste parti saliva il pallone aerostatico Turin Eye, per vedere Torino dall’alto - giusto quei 150 metri di panorami mozzafiato, giusto per capire quanto il quartiere Aurora sia incredibilmente... in divenire, ogni giorno! Bene, tieni occhi e naso ben aperti: qui ogni via ha qualcosa da raccontare… e magari qualche “balonista” pronto a farti un bello sconto, se ti vede simpatico! Andiamo avanti: la città non aspetta. Incuriosito dallo sviluppo e collocazione, dall'origine del nome o dai servizi? Dirigiti verso la sezione chat e sarò lieto di fornire ulteriori dettagli.
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Davanti a te si trova il Ponte Mosca: per riconoscerlo, guarda in direzione del fiume dove vedrai un ampio ponte in pietra chiara dal grande arco ribassato che collega gli alberi e le strade di entrambe le rive. Immagina di essere qui duecento anni fa, fra i rumori dei martelli e delle carriole, con la Dora Riparia che scorreva impetuosa sotto una vecchia passerella di legno traballante. Torino aveva bisogno di qualcosa di più sicuro e grandioso per accogliere chi arrivava dalla storica contrada d’Italia-che oggi chiamiamo via Milano-e così nacque il progetto di questo monumentale accesso alla città. Fu nel 1818 che, tra sogni napoleonici e volontà sabaude, la città decise di prendersi sul serio. “Facciamo un ponte che faccia parlare tutto il Regno!” Dev’essere stato più o meno questo il pensiero del governo, che affidò l’impresa a un certo Carlo Bernardo Mosca-no, non era russo, e sì, il gioco di parole viene da sé, ma lui era torinesissimo! Dopo vari progetti, discussioni e qualche mal di testa per la burocrazia (nulla di nuovo sotto il sole piemontese!), finalmente nel 1823 si posò la prima pietra, con tanto di cerimonia ufficiale, autorità, reali e, per non farsi mancare nulla, pure qualche moneta nascosta sotto le fondamenta come portafortuna. I lavori non furono certo una passeggiata: furono rallentati, sospesi, ritardati-potresti quasi sentire oggi i sospiri degli antichi muratori se ti appoggiassi alla balaustra. Eppure, il 15 agosto 1830, dopo sette lunghi anni, il ponte venne finalmente inaugurato e subito si guadagnò la fama di grande prova di coraggio ingegneristico per la Torino ottocentesca. Anche se all’epoca tutti ammiravano l’audacia della struttura, molti temevano crolli e disastri: ecco allora che, secondo un aneddoto, l’architetto Mosca decise di dare spettacolo e dimostrare la solidità della sua creatura piazzandosi sotto al ponte, su una barca, insieme a tutta la famiglia. Insomma, se doveva andare giù, almeno avrebbe fatto la storia… o la cronaca! Alla fine, il ponte dimostrò una tenacia fuori dal comune: ancora oggi, dopo quasi duecento anni, è lì, in splendida forma, e resiste al passaggio di auto, bus e tram (oggi la linea 4). E pensare che in origine, per costruirlo, dovettero persino modificare le curve naturali della Dora, come se Torino avesse deciso di pettinare il suo fiume per l’occasione. Costruito interamente in pietra di Malanaggio, lungo 45 metri ma con i piazzali arriva a 129, largo quanto via Milano (13,70 metri): insomma, una vera impresa per l’epoca! I marciapiedi sono in pregiata pietra di Cumiana e la volta è composta da ben 93 blocchi lavorati con precisione quasi maniacale: altro che LEGO. La sua storia non finisce qui: nel 1868, un anno dopo la morte dell’architetto, fu intitolato proprio a Mosca. E nel corso degli anni, il ponte è rimasto un simbolo d’ingresso nord alla città, oggi ancora più suggestivo quando di notte si illumina, regalandoti un’atmosfera magica, quasi sospesa tra passato e presente. Chi lo avrebbe mai detto che una semplice traversata sulla Dora potesse trasformarsi in un monumento che racconta tutta l’ambizione e la creatività di Torino? Ovviamente, attenzione a non confonderlo con un ponte “russo”: qui si parla solo torinese… e di pietra resistente!
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Davanti a te trovi una grande struttura moderna color acciaio, composta da imponenti archi metallici che si susseguono come giganti in fila sopra la Dora: per individuarlo, guarda dove il marciapiede in legno abbraccia il fiume e le travi romboidali sembrano formare un tunnel futuristico. Ora lasciati trasportare dalla storia di questo ponte, perché il Ponte Carpanini è un vero trasformista cittadino: potrebbe sembrare solo un ponte moderno, ma nasconde un talento da sollevatore di pesi! Pensalo: la prossima volta che la Dora si arrabbia e inizia a gonfiarsi, questo ponte fa il mago e in pochi minuti si solleva da terra di ben 1,30 metri, grazie a potenti martinetti idraulici nascosti come muscoli sotto la sua pelle d’acciaio. Il rumore metallico dei meccanismi avvisa tutto il quartiere Aurora che il ponte si prepara per la sua esibizione: niente auto, niente biciclette, solo un enorme salto per salvarsi dall’acqua. Ma il Carpanini nasce dalle ceneri di un altro ponte, quello intitolato alla Principessa Clotilde di Savoia. Nel 2000, la Dora si è trasformata in una furia e ha spazzato via quel vecchio ponte ottocentesco, lasciando nel quartiere una ferita aperta. Ci sono voluti l’ingegner Pecco, per il vecchio, e gli architetti De Ferrari e Ossola, per il nuovo, insieme a squadre di operai della SAICAIM Spa e della SISEA Spa, per restituire a Torino un ponte degno di questo nome. Immagina per sedici mesi il cantiere brulicante, le grosse travi d’acciaio trasportate come ossa di un dinosauro appena risorto, le pietre recuperate dal ponte abbattuto ricollocate nelle nuove spalle del Carpanini come antichi amuleti protettivi. Oggi il ponte porta il nome di Domenico Carpanini, ex vicesindaco dal cuore grande, e attraversarlo è un po’ come camminare sul passato e sul futuro insieme: auto, ciclisti e pedoni divisi con ordine su corsie e passerelle, e ogni tanto, una seduta sulle gradinate in legno verso il fiume, mentre il ponte vigila, pronto a sollevarsi ancora se la Dora deciderà di raccontarci una nuova avventura acquatica.
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Davanti a te vedi una costruzione neoclassica con un portico a tre arcate e un grande portone centrale in ferro: è proprio il Cimitero di San Pietro in Vincoli, basta guardare verso il vialetto incorniciato da sfere di pietra per essere sicurissimi di averlo trovato! Immagina la scena: siamo nella Torino del 1777, e all’improvviso il re Vittorio Amedeo III decide che non si può più seppellire gente nelle chiese perché… diciamocelo, l’aria non era proprio fresca! Così nasce il primo vero cimitero “moderno” della città, proprio qui, opera di un certo architetto Dellala di Beinasco. Il posto? Fuori dalle mura di Torino, isolato, ma non per molto. Appena costruito, infatti, era talmente piccolo che dopo pochi anni sembrava la metropolitana all’ora di punta: la folla non mancava! In estate doveva essere un’esperienza… olfattiva: i sepolti, messi un po’ dove capitava, creavano un aroma che nessun torinese voleva sentire dal balcone. Il cimitero diventa famoso anche per una particolarità: qui venivano sepolti pure i giustiziati, e infatti i torinesi lo chiamavano con un soprannome affettuoso (si fa per dire!), San Pé dij còj, cioè San Pietro dei cavoli, per un buffo gioco di parole con “Vincoli”, che in piemontese suona come “cavoli”. E guai a sbagliare qui, perché c’era persino una zona separata per i non battezzati, i suicidi e… i boia! Più che un cimitero, sembrava già un romanzo giallo. Nel 1852, però, scoppia la polveriera del vicino arsenale militare e BOOM! Il cimitero subisce gravi danni e viene chiuso definitivamente poco dopo. Da allora, subisce di tutto: vandalismi, messe nere, persino strane storie di fantasmi. La statua più famosa che accoglieva i visitatori era la “Morte velata”, talmente suggestiva che sembrava davvero “vivere” dietro il suo velo di marmo. Ora la puoi trovare alla Galleria di Arte Moderna, nessun rischio di spaventi improvvisi! Oggi però, qui non si piange più: il cimitero è diventato uno spazio culturale vivissimo. Tra portici e cortili, puoi trovare spettacoli teatrali, artisti all’opera e laboratori. E nota bene: non dimenticare di osservare i capitelli ornati da teschi alati e ghirlande… perché, si sa, il trucco per vivere a lungo è prendersi la vita con un pizzico d’ironia! Incuriosito dallo spazio culturale, dalla struttura o dalla denominazione popolare? Dirigiti verso la sezione chat e sarò lieto di fornire ulteriori dettagli.
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Davanti a te c’è un grande edificio di un rosso vivace, con tante finestre regolari e una struttura moderna in vetro e metallo sul lato destro: per riconoscerla, basta guardare oltre gli alberi verso l’edificio che sembra sorridere in mezzo ai palazzi circostanti! Sei proprio davanti alla Biblioteca civica Italo Calvino, una vera custode di storie… e che storia ha anche lei! Immagina di essere in questa zona di Valdocco qualche secolo fa: niente libri o silenzio, ma un rumore continuo di mulini, i Molassi, che schiacciavano grano dal Medioevo. Poi arrivano le concerie, l’odore del cuoio fresco e tante fabbriche che, dal Seicento in poi, crescono come lievito nel pane! Senti i carri passare tra le viuzze e l’acqua della Dora che scorre lì accanto, aiutando gli artigiani e operai, sotto lo sguardo del re Vittorio Amedeo III che, senza saperlo, dava la spinta a un quartiere sempre più vivace. Verso metà Ottocento, si fa largo la grande protagonista: la Conceria Durio. Immagina i fratelli Durio, con mani abili e baffoni, inventarsi perfino la concia rapida, una piccola rivoluzione che fa diventare il loro nome famoso in tutta Italia. Qui dentro, tra cuoio e strumenti rumorosi, il lavoro non mancava mai. E come spesso capita, quando un posto funziona, si allarga: nuovi pezzi nel 1882, poi altri ancora nel 1912 e nel 1915. Un progetto ambizioso voleva trasformare tutto nel 1920, ma la burocrazia mise i bastoni tra le ruote, e niente cambiò davvero. Col passare degli anni, le fabbriche si svuotarono, i macchinari tacevano, e la zona cadde in un silenzio un po’ triste, tra muri malandati e finestre rotte: sembrava che la storia avesse spento la luce… ma sorpresa! Negli anni Duemila, una nuova vita prende forma. C’è chi immagina di vedere qui non più concerie, ma libri e lettori! Così, demolite le parti peggiori, si salva solo un pezzo dell’edificio proprio a bordo Dora e lo si trasforma, aggiungendo elementi moderni, in questa biblioteca colorata e accogliente. Quando entrerai, troverai spazi luminosi, una sala conferenze dove si organizzano eventi anche fuori orario (così, se ti scordi di andar via, magari ti ritrovi ospite di una serata a sorpresa!), aree per i bambini e, per i più curiosi, opere d’arte contemporanea di Giorgio Griffa e Marco Gastini, mentre due statue di Luigi Stoisa vigilano sulle piazzette esterne. Insomma, qui dove un tempo si lavorava il cuoio si coltivano oggi nuove idee… e chissà, magari anche una nuova passione per la lettura!
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